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Questo podcast fa parte di... Questa puntata di Disastri sarà particolare.
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Il mese scorso ho partecipato al Festival del Podcast Indipendente di Parma, una manifestazione giunta alla sua quinta edizione che accoglie podcaster da tutto il paese.
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L'episodio di Disastri di oggi è il mio intervento al festival, dove ho cercato di raccontare live alcune delle storie di disastri, provando a trovare un filo conduttore comune fra i racconti. Spero che possa piacervi. Buon ascolto.
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Un disastro è una sciagura che provoca perdite gravi di beni materiali o di vita umana. Può assumere diverse forme, diversi nomi. Può essere un disastro naturale, militare, politico, morale o economico. Può rivestire i connotati della tragedia e della catastrofe, ma quando accade ci si chiede sempre di chi è la colpa.
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Mi chiamo Niccolò Locati e in questo podcast proverò a raccontarvi le storie dei più grandi disastri della storia del nostro paese, cercando di riportare i fatti, analizzando le cause e le storie personali che ci sono dietro all'evento e provando a rispondere alle domande. Perché è capitato? E soprattutto, si poteva evitare?
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A volte l'idea c'è. Un prodotto, un brand, un piccolo negozio online, magari anche una cosa nata attorno a una community.
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Il problema è tutto quello che arriva dopo. Creare il sito, impostare i pagamenti, capire come far comprare le persone senza perdere ore in passaggi tecnici. Shopify nasce proprio per togliere quegli ostacoli tra l'idea e la prima vendita. Hai il negozio online, i pagamenti, il checkout e gli strumenti per far crescere la tua attività, tutto in un'unica piattaforma. E la parte decisiva è il checkout, perché ogni vendita conta e quando una persona è pronta a comprare, il percorso deve essere semplice, veloce e senza intoppi. Quel momento lì, il... della nuova vendita è il segnale che il progetto sta diventando reale.
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bene bene bene ottimo ottimo bene adesso invece facciamo salire sul palco Nicolo Locati con il suo podcast Disastri prego
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Che cosa hanno in comune un pendio montano che scricchiola proprio a ridosso di una diga o un albergo isolato sotto la neve che cade copiosamente in Abruzzo o anche un traghetto in rada pronto a partire dal porto di Livorno?
02:56
Prima di un disastro, quasi sempre, c'è un momento in cui tutto sembra ancora appartenere alla vita normale. È il momento più difficile da raccontare perché, visto da fuori, sembra insignificante. Non ha ancora il rumore della tragedia. Non ha ancora le immagini che finiranno sui giornali. Ha l'aspetto fragile delle cose comuni. E forse è proprio questo il punto. I disastri non entrano nella memoria collettiva quando cominciano. Prima attraversano la normalità, poi qualcosa si spezza e quello che fino a un istante prima era soltanto un luogo si lega a un'immagine che rimane impressa per sempre e insieme all'immagine portano una domanda.
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si poteva evitare.
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Questa domanda ha il cuore di disastri. È la domanda più semplice e più scomoda, perché non si ferma alla scena finale. Costringe a tornare indietro. Costringe a guardare ciò che c'era prima, quando i segnali erano ancora avvisi e non prove. Costringe a restare dentro il momento in cui tutto accade. Quando il destino sceglie fra chi deve vivere e chi no. E costringe poi a seguire il tempo più lungo, quello che arriva quando le telecamere si spengono e chi resta deve cercare verità, giustizia e memoria.
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Questa sera il percorso sarà questo, prima, durante e dopo. Perché un disastro quasi mai si esaurisce quando si spegne l'incendio, quando si ferma il fango, quando si chiude il processo. Spesso è lì che comincia davvero. Allora partiamo dalla prima, dal momento più fragile di tutti, quello in cui nessuno sa ancora di essere dentro una storia che un giorno avrà un titolo, una data o un numero di vittime. Partiamo da quando la vita sta semplicemente facendo il suo corso.
04:33
La sera sta calando in una stretta valle del nord Italia, precisamente tra il Veneto e il Friuli. È ottobre e l'aria è già fredda, il buio avvolge presto le case, i boschi e le strade. Sopra, il paese di Longarone, c'è una montagna, un nome particolare. Si chiama Toc. Ha una derivazione friulana e suona come un drammatico avvertimento. Il suo significato è marcio, guasto, friabile. Eppure sotto quella montagna l'uomo ha costruito una delle opere più ambiziose del Novecento italiano. Una diga altissima, la più grande del mondo, elegante, potente, una lama di cemento incastrata nelle gole del Vaillant.
05:10
La firma tecnica è quella di Carlo Semenza, uno dei grandi nomi dell'ingegneria idraulica italiana.
05:17
Attorno a lui lavorano geologi, tecnici e consulenti prestigiosi. Tra questi c'è anche Giorgio Dalpiaz, uno dei padri della geologia moderna e che per anni ha sostenuto la fattibilità dell'opera. descrive quella roccia come compatta, solida, affidabile. La roccia del monte Toc, se non ci fosse di mezzo una tragedia, farebbe ridere così. Perché il Vaillant nasce esattamente così, dentro una fiducia enorme nella tecnica, nei calcoli, nelle perizie. Per anni, quella diga viene raccontata come un prodigio tecnico. L'Italia del dopoguerra ha fame di rivalza, le città corrono, le industrie chiedono energia e il paese vuole lasciarsi alle spalle la miseria e dimostrare di essere capace di dominare la natura.
05:56
La diga del Vaillante è esattamente questo, il simbolo di un paese che vuole primeggiare.
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Poi però arriva l'acqua, ed è lì che la fiducia comincia a incrinarsi, perché fino a quando la valle è asciutta tutto sembra immobile, ma quando l'acqua inizia a riempire il bacino il TOC risponde. Lo fa poco alla volta, con rumori che arrivano dal cuore della montagna, con alberi che si inclinano e rocce che si muovono, con crepe che si aprono lunghi pindii. E a quel punto l'errore di valutazione comincia a prendere forma e più l'acqua sale, più diventa evidente che il problema è proprio aver costruito una diga gigantesca sotto una montagna che non la voleva.
06:32
il pericolo c'è e cresce di giorno in giorno gli abitanti della valle lo sanno perché lo sentono perché conoscono la loro terra sono in pochi quelli che non si sono ancora resi conto ma nonostante le rimostranze e le proteste tutto viene messo a tacere la verità resta più debole della rassicurazione il pericolo resta un segreto sussurrato fra chi vive e chi lavora al Vaillant nessuno ne parla al di fuori nessuno tranne una una donna una giornalista che scrive per l'unità Tina Merlin.
07:02
Tina Merlin guarda la diga e non vede il miracolo ingegneristico italiano, vede le persone che vivono accanto alla diga, ascolta le loro storie, storie di contadini che hanno perso il lavoro, di terreni espropriati o acquistati a un decimo del valore, di famiglie che hanno perso tutto.
07:18
Guarda, il rapporto di forza tra una grande società elettrica è una piccola comunità montana, considerata sacrificabile sull'altare del progresso, ma soprattutto è l'unica a denunciare il rischio di una frana gigantesca, l'unica a dire che lì, sotto a un monte fatto di una roccia friabile, hanno costruito il più grande bacino idrico d'Europa e che il rischio che tutto crolli esiste. Per questo viene denunciata pubblicamente. Il tentativo di relegarla al silenzio è palese e del resto Merlina è una voce fastidiosa, una di quelle voci che nei disastri arrivano troppo presto per essere credute e troppo forti per essere tollerate.
07:51
Questa è una cosa che torna e tornerà più volte nei disastri. La voce che avverte viene spesso percepita come un problema prima che come un aiuto. È il destino di Cassandra nel mito della guerra di Troia, vedere prima degli altri, dire la verità e non essere creduta.
08:07
La sera del 9 ottobre 1963 a Longarone la vita va avanti. Nei bar si segue la partita di Coppa dei Campioni, Real Madrid contro Glasgow Ranger. La televisione ce l'hanno in pochi e quindi ci si ritrova insieme al bar, si beve, si commenta, si scherza. Qualcuno parla della montagna, certo, il toc è lì sopra, si muove da mesi, scricchiola, scivola, cambia forma. E in paese la paura gira sottovoce, come certe cose che tutti conoscono ma che nessuno vuole nominare troppo forte. Molti pensano che prima o poi verrà giù, ma il punto è un altro. Lo sa perfettamente anche chi ha costruito la diga.
08:40
Lo sa perché il pericolo non è soltanto una superstizione da montanari. È stata studiata, misurata, riprodotta. Alla centrale di Nove, vicino a Vittorio Veneto, la Sade ha fatto costruire un modello fisico del bacino del Vajonti in scala 1 a 200. Un Vajonti in miniatura.
08:56
Lì, tra il 1961 e il 1962, i professori Ghetti e Marzolo dell'Università di Padova hanno provato a capire cosa sarebbe successo se una grande massa fosse franata dentro il serbatoio. Hanno fatto scendere materiali nel modello, misurato le onde, studiato gli effetti sul bacino e sui paesi vicini. E da quegli studi è uscito un numero. Settecento. quota 700 metri sul livello del mare quella è diventata la quota considerata più prudente sotto quel livello secondo quelle prove l'onda prodotta della frana dovrebbe essere sicura Ma c'è un problema enorme.
09:29
Quei calcoli sono sbagliati. E intanto, nel mondo reale, il TOC accelera.
09:35
Alla luce degli studi di Ghetti e Marzolo, nei primi giorni dell'ottobre del 63, alla diga stanno svasando. Abbassano il livello dell'acqua, corrono verso quella famosa quota di sicurezza. Ma il problema è che adesso l'acqua non è più solo qualcosa che si infiltra nel terreno e va a bagnare i piedi della frana. È anche un corpo compatto che la sorregge.
09:55
E così, mentre i tecnici svuotano il bacino, portandolo a una quota che pensano essere sicura, stanno togliendo anche l'unica cosa che regge l'intera montagna.
10:05
I paesini più vicini alla diga sono già stati fatti evacuare da giorni. In alto, vicino alle frazioni di Erto e Casso, proprio sulla gigantesca diga c'è Giancarlo Rittmeier, geometra e capocantiere. Scruta il toc con un riflettore. Si accorge che alla piccola franzione di spesse c'è ancora qualcuno, pur essendo dentro l'area considerata pericolosa in caso di frana. Telefona quindi immediatamente ai suoi capi dell'Enel che nel frattempo ha acquistato la Sade. Chiede cosa deve fare, avverte che la montagna si muove a vista d'occhio. E qui succede una cosa piccola, quasi laterale ma importantissima.
10:37
Una centralinista di Longarone ascolta per errore la telefonata. non dovrebbe intervenire il suo compito sarebbe restare fuori da quella conversazione invece non ci riesce perché capisce che stanno parlando di qualcosa che riguarda anche lei della sua famiglia e tutta la gente della valle allora si intromette chiede spaventata se ci sia pericolo anche per l'ongarone è una domanda semplice la domanda che dovrebbe stare al centro di tutto se il toc viene giù cosa succede al paese La risposta la rassicura, più o meno.
11:08
Per Longarone dicono non c'è pericolo, però meglio dormire con un occhio aperto e uno chiuso.
11:15
Senza entrare troppo nello specifico del pericolo, vengono allertati i carabinieri. Per precauzione, la circolazione sulla strada fra Erto e Longarone viene bloccata. La polizia stradale organizza posti di blocco anche sull'Alemagna. È una scena assurda. La macchina dell'allarme si è messa in moto ovunque, tranne che a Longarone. Nei bar, la partita continua. Nelle case, la vita prosegue normalmente, mentre tutto intorno si scruta verso la diga preoccupati. Poi, alle 22.39, il prima finisce.
11:44
Il Monte Toc si stacca e una massa enorme di roccia, terra, bosco precipita nel bacino artificiale. A differenza di quanto previsto dai modelli scientifici, scende tutta insieme, enorme, violenta e inarrestabile. Entra nel lago e sposta l'acqua. L'onda supera la diga, la diga resta in piedi, la vita attorno no. Il capolavoro tecnico resiste, il paese no.
12:05
In pochi minuti Longarone viene cancellata. Le case, che fino a un attimo prima avevano le luci accese, diventano macerie. Le strade, i bar e le voci spariscono per sempre.
12:15
Il Vaillant ci lascia qui, nel punto esatto in cui il prima mostra il suo volto più crudele, perché dopo che un disastro accade sembra tutto chiaro. Dopo diventano evidenti i segnali premonitori, ma prima, mentre la vita continua, tutto sembra ancora rimandabile, fino all'istante in cui il margine si chiude. E poi non c'è più tempo.
12:35
Il Vaillant è il nostro primo pilastro perché racconta bene il tempo prima del disastro, ma la voce di Cassandra nei disastri non ha sempre la stessa forma. A volte la voce che avverte non entra in un articolo, a volte non parla, a volte Cassandra tossisce. Allora dobbiamo lasciare la valle del Vaillant e spostarci in Piemonte, a Casale Monferrato, dentro ad una fabbrica.
12:57
A Casale la fabbrica dell'Eternit appartiene alla città da sempre. L'Eternit non è un semplice stabilimento, è ciò con cui i casalesi si identificano. La città è la fabbrica e la fabbrica è la città. Le famiglie ci lavorano da generazioni, il lavoro viene tramandato. Per molte famiglie Eternit significa avere uno stipendio sicuro più alto della media, un futuro per se stessi e i propri figli garantito. Quando un posto da lavoro a così tante persone smette di essere soltanto un mero edificio, quando una fabbrica ti sembra una grande famiglia, diventa complicato immaginare che quello stesso luogo possa diventare il pericolo.
13:32
Dentro quella promessa di stabilità, però, c'è qualcosa che nessuno vede davvero. Una presenza minuscola, leggera, quasi invisibile. La polvere.
13:42
Una polvere sottile, leggera, chiara, capace di sembrare parte dell'ambiente. È un polviscolo derivato dalla lavorazione di un materiale che esiste da millenni, ma che, dai primi del Novecento, è l'oro nero dell'edilizia per via delle sue proprietà elastiche e ignifughe. Sto parlando dell'amianto.
13:59
Quando viene lavorato le sue polveri si posano sui macchinari e sui pavimenti, restando impigliate sulle mani, sui capelli, si attaccano alle tute dei lavoratori e alla fine del turno escono dallo stabilimento insieme agli operai. Arrivano nelle case senza fare rumore. Per anni quella polvere viene trattata come il residuo normale di una giornata in fabbrica, una cosa da scrollarsi di dosso prima di sedersi a tavola. Gli eccessi vengono accumulati e riutilizzati, gli scarti di lavorazione vengono regalati agli operai che li portano a casa per farci piccoli lavoretti, per sistemare la veranda.
14:29
Sulla sponda del fiume Po vengono scaricati per anni detriti tanto che si forma una sorta di piccola spiaggetta, una lingua chiara, biancastra, apparentemente innocua. La gente di Casale ci trascorre le domeniche per rinfrescarsi, con la famiglia, i figli, ignari del pericolo che li circonda.
14:47
Quel pericolo non agisce subito, resta nell'aria, si deposita in modo infido all'interno dei corpi di chi respira l'amianto. Sta lì per anni, decenni. Basta anche solo una piccola particella che entra dentro e poi presenta il conto.
15:02
All'inizio può sembrare una banale fatica, un respiro affannoso, una tosse ostinata, un dolore al petto che ti costrigge ad andare dal medico a fare ulteriori accertamenti. E quegli esami aprono la porta a parole nuove e spaventose. Mesotelioma pleurico. Una parola difficile, molto tecnica, ma di fatto una sentenza di morte. Si tratta di una forma tumorale fra le peggiori al mondo, forse la peggiore di tutte. Una malattia aggressiva, dolorosa, che spesso lascia pochissimo tempo per capire, per reagire o semplicemente per salutarsi. Ed è qui che il prima di Eternit mostra la sua forma più dura.
15:35
La tragedia non è evidente, il collegamento malattia-amianto non è immediato, finché le coincidenze iniziano a essere troppe. Un operaio torna a casa coperto di polvere e comincia a chiedersi se sia normale che abbia sempre la tosse, o se quella robaccia che ha addosso centri qualcosa. Poi un compagno di reparto si ammala, poi un altro, poi un altro ancora, e alla fine la bacheca fuori dalla fabbrica inizia a essere troppo piccola per contenere tutti i manifesti funebri che aumentano di giorno in giorno.
16:04
Poi lentamente la paura individuale diventa collettiva, ma senza certezze scientifiche chi morderebbe la mano che lo nutre? Eppure a un certo punto il dubbio comincia a entrare nei reparti, nelle riunioni sindacali. Nelle assemblee gli operai non parlano più soltanto di salari, orari e turni, ma iniziano a portare dentro la fabbrica una parola diversa, diritto alla salute.
16:24
È un passaggio enorme. Negli anni 70 quella parola entra nel linguaggio del lavoro. Gli operai cominciano ad avanzare richieste chiare, protezione, controlli, bonifiche. Quando le richieste non vengono soddisfatte, la rivendicazione si trasforma in protesta.
16:39
Immaginate quelle riunioni, una stanza piena di fumo, sedie, fogli sul tavolo, mani sporche di lavoro. Fuori, la fabbrica continua a respirare polvere. Dentro, gli operai provano a darne un nome a qualcosa che fino a quel momento è rimasto addosso come una sensazione. Non stanno ancora chiedendo la fine di quel mondo, vogliono solo renderlo meno velenoso.
16:59
Una mascherina che serva davvero, un aspiratore che funzioni, un reparto dove l'aria non resti ferma. Visite mediche periodiche accurate. Magari un'indennità per chi lavora nei punti peggiori, dove la polvere è maggiore. I delegati sindacali portano avanti la battaglia, ma poi arriva la risposta dei capi ed è tutto quello che non ci si aspetta. Gli operai più scomodi, quelli che protestano, quelli che organizzano gli scioperi, vengono spostati proprio nei reparti peggiori, quelli più sporchi, più carichi di polvere. È una punizione che dice molto, perché per usare un reparto come punizione devi sapere che quel reparto fa male.
17:35
Devi sapere che lì si respira peggio, che il corpo si consuma prima, ed è qui che la fabbrica si tradisce. Perché se sai quali sono i posti peggiori, se li usi per colpire chi disturba, significa che sai qual è il rischio di lavorare proprio lì. E allora diventi consapevolmente un carnefice.
17:51
A metà degli anni Ottanta la paura comincia a trovare conferme anche fuori dalla fabbrica. I medici vedono diagnosi che si ripetono con una frequenza inquietante. La città capisce, poco alla volta, che il dolore ha una geografia precisa, segue le strade degli operai, i quartieri attorno allo stabilimento, le case dove quella polvere si è depositata per anni. Poi arriva anche la scienza, con un gesto piccolissimo.
18:15
Il professor Salvini entra nello stabilimento e raccoglie polvere con un pennello. Un pennello, un gesto lento, preciso, quasi artigianale.
18:22
La scienza dà ragione agli operai. Quella polvere, una volta analizzata, cambia natura. Diventa una prova. Entra nelle carte delle perizie e poi nelle aule dei tribunali. Diventa il frammento fisico di una verità che, in fondo, Casale ha sempre saputo. L'amianto uccide.
18:39
Questa storia ci costringe a guardare il prima nella sua forma più lunga e più scomoda. Un prima che attraversa generazioni, un prima in cui il rischio diventa così familiare da confondersi con la vita quotidiana.
18:51
E allora, questa prima parte può chiudersi qui, con due forme diverse dello stesso avvertimento. Al Vaillant Cassandra scrive, a Casale Cassandra tossisce. La domanda però resta la stessa. Che cosa succede quando c'è qualcuno che prova ad avvertirci prima? La conoscenza salva soltanto quando diventa scelta, perché finché rimane chiusa negli articoli, nelle relazioni o nelle paure di chi vive accanto al rischio non ha alcun valore. E quasi sempre nelle storie di disastri chi sceglie di ascoltare Cassandra ha un costo, perché fermare un'opera, evacuare un paese o proteggere gli operai significa ammettere che ciò che dà lavoro può anche dare morte.
19:28
Il prima è il tempo in cui quel costo sembra sempre rimandabile. Poi il margine finisce. Ciò che era stato intuito smette di essere solo una possibilità, ma diventa materia. Il TOC precipita nel bacino, l'amianto diventa epidemia di morte e da quel momento nessuno può più dire c'è tempo. E allora comincia il durante.
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Ciao, sono Marco Melandri di Chiacchiere da Box e indovinate un po', vi parlo di moto. Di una moto, la X-Cape 700 di Moto Morini, un'adventure pensata per il nostro tempo libero, perfetta per muoversi nella vita di tutti i giorni e nei weekend su due ruote. Comoda su strada, ma pronta anche ad affrontare sterrati semplici, strade bianche e percorsi panoramici. Approfittate subito di 700 euro di vantaggi per averla a partire da 6.490 euro. Offerta valida fino al 30 settembre presso le concessionarie aderenti. Perché il Gran Premio comincia dal viaggio.
20:21
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Se il prima è il tempo degli avvertimenti e delle voci lasciate ai margini, il durante è il tempo più crudele di un disastro. La tragedia è già cominciata, ma il suo bilancio deve ancora prendere forma. C'è ancora un margine piccolo e terribile in cui la vita può cambiare per un gesto qualsiasi, ma è anche il tempo delle domande che restano addosso ai sopravvissuti per anni. Perché io? Perché lui? Perché proprio lì? In quel margine la vita smette di sembrare una linea ordinata, diventa una deviazione minuscola e quella deviazione a volte decide tutto.
21:20
A Rigopiano, il durante comincia con un gesto quasi banale. Un padre esce dall'albergo per andare in macchina. Giampiero Parete deve prendere alcune medicine per la moglie Adriana e per il figlio Gianfilippo. Una cosa normale, una cosa da marito, da padre, che in mezzo a una giornata assurda prova ancora a occuparsi delle necessità più semplici. Fuori c'è neve ovunque, la strada è chiusa, gli ospiti aspettano da ore di poter scendere a valle. Sono spaventati, bloccati in un albergo a 2000 metri, sommersi dalla neve e con la terra che trema sotto i loro piedi. Dentro l'hotel la normalità resiste come può.
21:52
I bagagli sono pronti, i telefoni cercano campo, gli ospiti aspettano notizie sullo spazzaneve. I bambini passano il tempo nei piccoli spazi dell'albergo, dove tutto continua ad avere l'aspetto di una vacanza finita male. Ma non è ancora una tragedia. Fabio Salsetta, manutentore della struttura, è fuori anche lui. Ha lavorato nel gelo con il bobcat, tentando di tenere aperto almeno un passaggio nella neve.
22:13
Poi il versante si stacca.
22:16
La neve perde la sua immagine pulita, quasi infantile, e diventa una massa compatta, scura di tronchi, terra e detriti. Arriva sull'hotel, lo spinge, lo spezza, lo trascina via dal punto in cui sembrava ancorato alla montagna. In pochi secondi, il rigopiano Gran Sasso Resort smette di essere un luogo riconoscibile. Diventa un cumulo di legno, ferro e neve.
22:37
A Rigopiano comprendiamo il vero significato della parola destino. Dentro l'hotel la valanga non travolge in modo uniforme, entra, spinge, spezza, comprime, ma lascia anche vuoti improvvisi. In un punto la struttura chiude ogni possibilità, pochi metri più in là, conserva aria. È questo che rende il durante così crudele. Prima del disastro una stanza è soltanto una stanza, un tavolo solo un tavolo, una parete solo una parete. Poi arriva l'impatto e ogni dettaglio cambia significato. La posizione in cui ti trovi, il punto in cui stai aspettando, il passo fatto un minuto prima diventano improvvisamente un confine.
23:11
A Rigopiano il destino agisce così, non come una sentenza pronunciata dall'alto, ma come una geometria spietata. Bastano pochi centimetri a fare la differenza fra sopravvivere o no.
23:23
Ma il durante di Rigopiano ci insegna anche quanto, oltre al destino, anche il tempo, assuma un ruolo cruciale, perché quando la valanga si ferma, il disastro sembra aver già mostrato tutto, ma in realtà proprio in quel momento comincia un altro durante, più lento, più crudele, il durante di chi è rimasto sotto.
23:40
Lì sotto il tempo cambia natura, è il tempo del respiro affannoso, del freddo che entra nelle ossa, del buio che toglie orientamento, della fame, della sete, delle persone che si chiamano per nome cercando di capire chi c'è ancora, chi risponde, chi riesce a muoversi. Il corpo sotto una montagna di neve macerie comincia a trattare ogni minuto come una prova e la mente fa quello che può, si aggrappa a una voce, a una speranza minuscola.
24:06
Fuori, però, quella stessa attesa ha un altro volto, quello dell'angoscia. Fuori dall'albergo c'è Giampiero Parete. È vivo perché è uscito per recuperare quella medicina lasciata in macchina, ma dentro ci sono sua moglie, i suoi figli, gli altri ospiti, i dipendenti dell'hotel. E allora Parete fa l'unica cosa possibile. Chiede aiuto, chiama, racconta quello che è successo. Dice che l'hotel è stato travolto, dice che non c'è più, che lì sotto ci sono persone.
24:32
Ed è qui che il durante di Rigopiano diventa quasi insopportabile, perché il disastro è già accaduto, ma non è ancora finito per le persone che sono intrappolate. E nonostante questo, fuori dal disastro, qualcuno fatica perfino a crederci. Le prime chiamate non producono subito una risposta proporzionata a quello che è successo. La notizia sembra troppo enorme, troppo assurda. Un albergo intero spazzato via da una valanga. A parole, sembra quasi impossibile.
25:01
Buonasera, mi sente?
25:03
Sì che la sento.
25:04
Marcello di cognome, quintino di nome.
25:06
Sì, mi dica.
25:07
Sono a Sirvi, c'è un ristorante. Io fuoco è andato all'hotel Rigopiano per due giorni con i bambini e da oggi non riuscivo a contattarlo.
25:17
Cinque minuti fa mi ha chiamato trampe Whatsapp perché l'altro dopo non funzionava nulla.
25:23
Sì.
25:24
in mezzo alla neve, l'hotel Rigopiano è crollato.
25:27
Allora guardi, questa storia va avanti da stamattina. I vigili del fuoco hanno fatto le verifiche e non c'è nessun crollo all'hotel Rigopiano. I carabinieri si sono attivati. Ma ha chiamato il fuoco 5 minuti fa. Nel fuoco 5 minuti fa gli ha mandato un messaggio su WhatsApp. No, no, mi ha parlato proprio. Mi ha parlato proprio che ha crollato l'hotel. Bambini, chiama tutti, non sappiamo come fare.
25:52
Ecco, allora il 118 mi conferma che hanno parlato con il direttore dell'hotel Ricopiano due ore fa e non è vero nulla, è tutto a posto. Non è crollato nulla, stanno tutti bene.
26:09
Due ore fa la conferma, perché questa cosa è da stamattina che va in giro.
26:14
Due ore fa ha parlato il 118 con il direttore dell'albergo.
26:20
Quella frase, ascoltata dopo, fa male.
26:38
perché racconta una distanza. Da una parte gli uomini che stanno vivendo il disastro, dall'altra un sistema che riceve l'allarme e per un tempo decisivo sembra trattarlo come un'esagerazione, forse persino una stupidaggine. Ma nei disastri il tempo perso all'inizio non resta lì, si accumula. Diventa una strada non percorsa, un mezzo non partito, una mano che non scava. Questo è il punto. Il durante di Rigopiano non finisce con la valanga, continua nelle ore in cui qualcuno prova a farsi sentire, continua nelle ore in cui qualcuno aspetta i soccorsi, mentre fuori il mondo comincia lentamente a capire la dimensione reale di ciò che è successo.
27:14
Ed è forse questo che rende Rigopiano così difficile da sostenere, perché ci costringe a guardare due tragedie sovrapposte. La prima è la montagna che travolge l'hotel, la seconda è il tempo che passa dopo. Il tempo in cui la salvezza per qualcuno potrebbe ancora essere una possibilità. Il tempo in cui credere subito, partire subito e arrivare subito può cambiare il significato stesso della parola destino.
27:37
Quando infine, in mezzo a quel paesaggio che sembra senza vita, i soccorritori arrivano con ritardo e grande fatica, la speranza sembra prendere il sopravvento. Sotto le macerie c'è qualcuno vivo.
27:48
I soccorritori scavano in condizioni estreme, i mezzi faticano, gli uomini avanzano nel freddo, la neve continua a rendere tutto più lento, più pesante. Poi sentono una voce, un segnale, un rumore, che non è solo assestamento delle macerie, è vita.
28:04
Tra il 20 e il 21 gennaio i vigili del fuoco riescono a estrarre vive nove persone che erano rimaste intrappolate sotto l'hotel. A queste si aggiungono Giampiero Parete e Fabio Salsetta che erano all'esterno al momento della valanga e che per primi avevano provato a dare l'allarme. Fuori ci sono i caschi dei vigili del fuoco, le coperte termiche, le telecamere e i parenti che aspettano.
28:24
Per alcune ore, allora Rigopiano sembra ancora capace di restituire qualcuno. Ogni persona salvata riapre la speranza, ogni voce trovata sotto la neve fa pensare che ce ne possa essere un'altra. Ogni cunicolo scavato può diventare la strada verso una vita rimasta appesa. Ma poi lentamente la speranza cambia forma. I soccorritori continuano a scavare, non si fermano, cercano ancora, chiamano ancora e ascoltano. Ma sempre più spesso, sotto la neve, non trovano voci, trovano corpi. Alla fine il bilancio definitivo dentro a Rigopiano Gran Sasso Resort, al momento della valanga, è che c'erano 40 persone, 28 ospiti e 12 dipendenti.
29:00
I sopravvissuti saranno 11, i morti 29.
29:04
E allora, il durante di Rigopiano finisce così, non con un solo finale, ma con due immagini che restano insieme. Da una parte i bambini, portati fuori vivi dalla neve, dall'altra i corpi recuperati uno dopo l'altro, da una parte il miracolo dei vuoti, rimasti aperti, e dall'altra il peso di ogni minuto perso. Per questo Rigopiano è così difficile da raccontare, perché dentro lo stesso disastro convivono la salvezza e la perdita, la vita che resiste per ore e la morte che arriva in pochi secondi. Quando tutto finisce, dell'hotel resta una distesa di neve, macerie e silenzio.
29:37
Restano i familiari e resta la domanda che accompagna ogni disastro quando il durante si chiude e comincia il dopo. Che cosa sarebbe successo se il tempo fosse stato usato diversamente? A Rigopiano, il durante resta sepolto dentro il luogo del disastro. Fuori, il mondo arriva dopo, arriva quando è tempo di soccorrere, ma esistono storie in cui il durante non resta isolato nel luogo in cui accade. Esce, attraversa le strade, i cavi, le antenne, gli schermi, entra nelle case, si siede davanti alla televisione insieme a milioni di persone e trasforma l'attesa di una salvezza in un'esperienza collettiva.
30:12
Vermicino, giugno 1981.
30:15
A pochi chilometri da Roma, in una campagna che sembra quasi fuori dal tempo, Alfredo Rampi sta correndo verso casa.
30:22
A sei anni, tutti lo chiamano Alfredino. È piccolo, vivace, abituato a correre tra casa sua e quella della nonna, attraverso gli sterrati e le vigne. Un luogo di gioco e divertimento non certo di pericolo. Il padre Ferdinando sta passeggiando con lui e con alcuni amici. Alfredino vuole tornare a casa prima degli adulti. La distanza sembra breve, familiare, innocua. Ferdinandogli dà il permesso, raccomandandogli di fare attenzione. In un terreno, lì vicino, accanto a una casa in costruzione, c'è un pozzo artesiano. Si tratta di uno scavo stretto, profondo, lasciato aperto in mezzo alla terra.
30:54
Alfredino non lo vede. Ci cade dentro, sprofondando giù a decine di metri sottoterra. Nessuno se ne accorge subito.
31:01
Il durante di Vermicino comincia così, con un bambino bloccato sul fondo di un pozzo e il mondo sopra che ancora non ha capito. Per un po', infatti, nessuno sa dove sia Alfredino. I genitori lo chiamano, lo cercano lungo la strada, nei campi. Arrivano i vicini e le prime torce. Arrivano le voci di chi prova a ricostruire l'ultimo pezzo di strada percorso dal bambino. A un certo punto, nonna Veia viene attraversata da un pensiero terribile. Il cantiere dietro casa, il pozzo.
31:28
Qualcuno si avvicina a quel pozzo artesiano lasciato aperto nella terra e dal buio arriva una voce.
31:34
Alfredino è vivo, risponde, chiama la mamma, dice che ha paura, che ha male, chiede di essere tirato fuori.
31:40
È qui che Vermicino diventa una tragedia quasi impossibile da sopportare perché la voce arriva e quando una voce arriva la salvezza sembra vicina. Gli adulti attorno al pozzo possono immaginare il finale. Una corda, una mano, un'imbragatura. Un bambino che risale sporco di terra e viene restituito a sua madre. Per ore tutto sembra ancora muoversi dentro questa possibilità. Arrivano i vigili del fuoco, calano una tavoletta di legno legata a due corde nel tentativo di raggiungere il piccolo e tirarlo su come se fosse un'altalena, ma il pozzo è stretto, profondo, crudele.
32:14
Non basta calare una corda, non basta dire a un bambino di aggrapparsi.
32:19
Mentre ritraggono verso l'altro, la tavoletta si incastra e complica la strada a ogni ulteriore tentativo di aiuto. A coordinare le operazioni allora arriva Elveno Pastorelli, il comandante dei pompieri di Roma, e contemporaneamente arrivano gli speleologi. La notizia si sta spargendo a macchia d'olio prima nelle radio locali e presto attorno al pozzo inizia a crearsi una calca di curiosi e di gente che vuole aiutare. A questo punto si tenta di capire a che profondità sia Alfredino. Uno degli speleologi, Tullio Bernabei, prova anche a calarsi, ma il pozzo si stringe e dove il corpo di un bambino è riuscito a passare, il suo non ce la fa ed è costretto a risalire.
32:56
Si prova a pensare a una soluzione alternativa, ma ogni soluzione sembra aprire a uno spiraglio, che però si richiude nel giro di poco. Il pozzo è troppo stretto, il bambino è scivolato più in basso di quanto si pensi.
33:07
Nando Broglio, un vigile del fuoco, comincia a parlare con Alfredino. La sua voce scende nel pozzo e prova a restare con lui. Gli dà indicazioni, gli tiene compagnia, gli infonde coraggio. In quelle ore la voce di Broglio diventa un filo teso fra la superficie e il buio. A quel punto Pastorelli decide di scavare un secondo pozzo, parallelo al primo. L'idea è arrivare alla stessa profondità di Alfredino e poi aprire un collegamento laterale. Sulla carta sembra la strada più razionale, ma nella realtà è una corsa contro un tempo che nessuno riesce più a dominare.
33:37
Le trivelle lavorano, si inceppano, ripartono e poi si fermano ancora, le ore passano. Intanto Alfredino resta lì.
33:44
Il durante di Vermicino è estenuante proprio per questo, perché continua ad assomigliare a una salvezza possibile. Ad ogni nuovo tentativo tutti immaginano che sia quello giusto. A ogni movimento attorno al pozzo la speranza riparte e finché Alfredino risponde, finché la sua voce arriva, il disastro rimane sospeso.
34:01
Poi arriva la televisione, che amplifica tutto. All'inizio sono collegamenti dai telegiornali, una notizia e la cronaca di un soccorso. Poi però accade qualcosa di nuovo. La linea torna allo studio e gli spettatori iniziano a telefonare in massa alla RAI. Vogliono tornare al pozzo, vogliono vedere, sapere, restare accanto alla storia mentre accade. E così torna la diretta e continua ad oltranza.
34:26
Da quel momento Vermicino smette di essere soltanto un luogo, diventa un'esperienza nazionale. Milioni di italiani restano davanti alla televisione, seguono ogni aggiornamento, si aggrappano a ogni notizia e vivono ogni tentativo come un passo verso il finale sperato. La voce di Alfredino entra nelle case. La madre, Franca Rampi, diventa il volto di un dolore che tutti osservano.
34:47
Il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, arriva sul posto e resta vicino alla famiglia. Ascoltando il bambino si commuove. Dopo 18 ore ininterrotte in cui Nando Broglio tiene compagnia da Alfredino, Pertini si rivolge al pompiere e gli promette una pubblica riconoscenza, ma lui interessa poco. L'unica cosa che vuole è salvare il piccolo.
35:06
Poi arriva Angelo Liccheri.
35:09
È un uomo minuto, sardo, residente a Roma. Il suo nome sembra quasi scritto dalla storia, Angelo. Viene calato nel pozzo a testa in giù, scende in una posizione che il corpo umano può sopportare solo per una manciata di minuti, ma lui non lo sa e ci rimane per quasi un'ora.
35:25
Arriva più vicino di chiunque altro ad Alfredino. Gli tocca il viso, gli pulisce il fango dagli occhi, gli parla quasi nell'orecchio. Per un istante la salvezza sembra avere finalmente una mano. Liccheri prova ad agganciarlo con un imbrago per poterlo tirare fuori. Una volta, poi ancora, ancora. Sette tentativi. Quando risale, porta addosso i segni della roccia e della fatica. La folla lo applaude, ma quell'applauso ha un suono doloroso, perché in quel momento tutti capiscono che la speranza ha perso il suo volto più concreto.
35:55
E lì, davanti a quel pozzo succede qualcosa che riguarda anche noi. Milioni di persone non stanno guardando un film, stanno guardando una vita appesa, stanno sperando, soffrendo, pregando, restando davanti allo schermo. E da vermicino in poi, in Italia, questa domanda resta aperta. Che cosa diventa il dolore quando entra in diretta nelle case di tutti?
36:15
Vermicino è il punto in cui il durante cambia natura. Prima era il tempo interno del disastro, di chi sta lottando per sopravvivere in attesa che qualcuno lo aiuti e lo tragga in salvo. Con Vermicino diventa anche il tempo degli altri, il nostro tempo, il tempo di chi guarda, spera e aspetta davanti a uno schermo. Da lì in poi, in Italia, il dolore in diretta diventa una possibilità concreta e ogni possibilità, quando riguarda il dolore degli altri, porta con sé una responsabilità. Forse è qui che il durante ci riguarda più da vicino, perché raccontare un disastro significa entrare in un tempo che appartiene a qualcuno, a chi ha avuto paura, a chi si è salvato, a chi ha perso una persona amata.
36:53
Il racconto può dare forma, può restituire dignità, ma può anche ferire se dimentica che ogni scena ha ancora qualcuno che porta addosso.
37:01
Rigopiano e Vermicino ci conducono nello stesso punto da strade diverse. Nel durante il destino agisce mentre tutti stanno ancora cercando di capire. Poi a un certo punto il durante finisce, i soccorritori smettono di scavare, la diretta televisiva si spegne e comincia il tempo più lungo, il dopo, quello in cui la tragedia smette di accadere davanti a tutti, ma continua nella vita di chi resta.
37:25
Se ti piacerebbe leggere le microespressioni facciali e la comunicazione non verbale, io mi chiamo Sonny Zanon e sul mio podcast Detective Skills, analisi microespressioni, parlo proprio di questo. Analizzo la comunicazione non verbale di personaggi famosi ed eventi di cronaca in modo da capire quello che provano veramente anche se non ce la vogliono dire.
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Apri Netflix, scrolli e alla fine non guardi niente. Bene, allora questo messaggio è per te. Non preoccuparti perché a salvarti arrivano Federico, Aldo e Fabrizio. Tre amici in triangoli d'Europa che da quasi cinque anni fanno una cosa sola. Divorare film e serie tv per dirvi cosa vale davvero il vostro tempo.
38:08
Ogni settimana recensioni, interviste e discussioni tra amici. E una volta al mese anche i nostri consigli su cosa guardare, cosa evitare tra l'uscita del momento.
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E allora cosa aspetti? Cerca spin-off un podcast di recenserie e non perderti il prossimo episodio.
38:23
Il dopo comincia quando il rumore si abbassa, quando le sirene si allontanano, quando il paese lentamente torna a occuparsi d'altro. Per chi guarda da fuori spesso il disastro finisce così, ma per chi ha perso qualcuno quello è il momento in cui comincia un altro tempo, più lungo e al contempo più difficile, il tempo delle indagini, delle perizie, dei processi. Non sto parlando solo del tempo della memoria, ma del tempo in cui una società deve decidere che cosa fare con quello che è successo. Può cercare la verità, ma può anche chiudere troppo presto ogni discussione spostando la colpa secondo ciò che gli conviene.
38:56
Per questo il nostro ultimo atto comincia in montagna, in un luogo che prima del 1998 per molti italiani significava neve, turismo e piste da sci. Val di Fiemme, Cavalese, Alpe del Cermis.
39:10
È il 3 febbraio del 1998. La giornata è limpida, la neve abbondante, la Val di Fiemme ha l'aspetto rassicurante dei luoghi turistici quando tutto funziona. La funivia del Cermis fa il suo lavoro, sale, scende, attraversa la valle sopra il torrente Avisio. Le cabine gialle sono parte del paesaggio, come anche le piste e i boschi.
39:29
Quel pomeriggio, alla stazione a Monte, 19 persone salgono sulla cabina per ridiscendere verso valle. La giornata sugli sci sta finendo. Hanno scelto la funivia invece dell'ultima discesa. Sono turisti, famiglie, coppie, persone arrivate da paesi diversi per qualche giorno di vacanza sulla neve.
39:47
Nello stesso pomeriggio, dalla vicina base di Aviano, decolla un aereo militare statunitense, un prowler dei Marines, nome in codice EASY-01.
39:57
A bordo ci sono il capitano Richard Heshby, il navigatore Joseph Schweitzer e altri due membri dell'equipaggio. L'aereo deve compiere una missione di addestramento a bassa quota. La rotta è tracciata su tutto il nord Italia, attraverso le valli montane del Trentino. E qui, il durante del Cermis è terribile proprio perché dura pochissimo.
40:18
Un rombo squarcia la quiete della valle. Chi a terra alza lo sguardo. Qualcuno vede il jet arrivare bassissimo, troppo basso, innaturale dentro quel paesaggio. Un aeromilitare grigio che taglia la valle come un corpo estraneo, veloce e rumoroso.
40:33
Poi il prowler incrocia la linea della funivia. L'ala, o meglio il piano di coda, trancia il cavo. La cabina precipita, cento metri e più di vuoto, pochi secondi. Poi il silenzio.
40:46
20 persone muoiono e, a differenza di altre storie che abbiamo attraversato questa sera, qui non c'è un labirinto iniziale da interpretare. Al Cermis il fatto materiale è subito chiaro. Un aereo militare ha volato troppo basso, ha tranciato i cavi di una funivia civile. Una cabina piena di persone è caduta nel vuoto.
41:03
Il dopo allora dovrebbe essere semplice. Dovrebbe. Perché quando i fatti sembrano così chiari ci aspettiamo che anche la giustizia riesca a seguirli con la stessa chiarezza. E invece il dopo del Cermis prende un'altra strada. Una strada che esce dall'Italia e si allontana irrimediabilmente da quello che chiunque dovrebbe definire giustizia.
41:23
Si apre un'inchiesta che porta presto al cuore della vicenda. L'aereo volava a una quota incompatibile con qualsiasi regola di volo. I piloti si giustificano, parlano di mappe sbagliate, di altimetro malfunzionante, ma tutti quelli che non sono militari americani capiscono perfettamente com'è andata. Volevano passare sotto i cavi della funivia. Una bravata da cowboy per dimostrare di che pasta sono fatti gli avieri made in USA.
41:47
Ma intanto, mentre in Val di Fiemme si seppelliscono i morti, il processo prende forma negli Stati Uniti. E questo per le famiglie è già un primo strappo, perché la tragedia è accaduta lì, in quella valle, sopra quelle case. Ma la decisione su chi debba rispondere si sposta lontano, molto lontano.
42:03
Nel marzo del 1999 arriva la sentenza che ferisce. Un tribunale, composto da soli militari, assolve Richard Heshby e tutti gli altri membri dell'equipaggio del Prowler dall'accusa di aver causato la morte delle 20 persone sulla funivia.
42:16
Ovviamente la soluzione produce indignazione. In Italia quella decisione viene vissuta come una seconda caduta, non più della cabina, ma della fiducia nelle istituzioni e nella giustizia. Perché il dopo è anche questo, è il momento in cui una comunità scopre che l'evidenza e l'esito giudiziario possono prendere strade diverse. Una valle può sapere che cosa ha visto, un paese può sapere che cosa è accaduto, le famiglie possono sentire di avere davanti una verità enorme, quasi palese. Eppure la risposta della giustizia può arrivare da un luogo distante con un linguaggio distante e con una logica distante.
42:50
A rendere ancora più amara questa storia emerge poi un ulteriore dettaglio, il video. Si scopre che durante quel volo a bordo dell'aereo c'era una videocamera. È una ripresa fatta dai militari per avere una sorta di souvenir da portarsi a casa. È una prova fondamentale, ineluttabile, la prova regina della loro colpevolezza. Ma quel nastro è sparito, è stato distrutto nel momento in cui l'aereo è atterrato ad aviano. E allora il dopo del Cermis diventa ancora più doloroso perché alla ferita dell'assoluzione si aggiunge la ferita della prova cancellata.
43:21
Ashby e Schweitzer, solo per questa vicenda minore, vengono giudicati per intralcio alla giustizia, come se una cassetta possa essere più importante di 20 vite umane. Lì arriva una condanna, ma per le famiglie quella condanna non può riempire il vuoto lasciato dalla prima assoluzione. Questo è il punto. Il Cermis ci racconta una forma particolare del dopo, una tragedia in cui la dinamica appare chiara, la responsabilità si allontana.
43:46
È una sconfitta della politica italiana, una ferita del diritto internazionale. Dopo il Cermis arrivano i risarcimenti, pochi, arrivano le formule diplomatiche di facciata e arrivano impegni e promesse di maggiore attenzione nei voli militari. Ma per chi resta, il dopo non può ridursi a una cifra, perché nessun risarcimento cambia il fatto che 20 persone siano salite su una funivia per tornare a valle e siano precipitate per una scelta evitabile.
44:12
E allora il dopo del Cermis ci porta a una prima conclusione. A volte, dopo un disastro, la verità dei fatti sembra vicina, quasi davanti agli occhi, eppure la giustizia riesce comunque ad allontanarla. Ma esistono disastri in cui accade qualcosa di ancora diverso. Storie in cui dopo il fuoco, dopo le vittime, dopo le prime indagini, non è soltanto la giustizia ad allontanarsi, è il racconto stesso a diventare terreno di battaglia. Ed è qui che dalla montagna dobbiamo passare al mare. Livorno, 10 aprile 1991. Il traghetto Moby Prince parte in direzione di Olbia.
44:46
È una traversata di notte, una di quelle partenze in cui il viaggio sembra pura routine. A bordo ci sono persone che viaggiano per lavoro, persone che tornano a casa, giovani coppie, famiglie e ovviamente l'equipaggio. Alla guida del traghetto c'è il comandante Ugo Chessa, uomo di mare esperto, stimato e ufficiale scrupoloso. Le operazioni d'imbarco si concludono, i passeggeri salgono a bordo e la nave si stacca dal molo, mettendo la prua in direzione della Sardegna. Dalle comunicazioni di bordo si percepisce grande attenzione alle manovre di uscita dal porto, perché quella sera il traffico marittimo è elevato.
45:18
Il Moby Prince prosegue la sua rotta. Poi la notte si apre e pochi istanti dopo succede qualcosa di assolutamente imprevedibile. Il Moby Prince entra in collisione con la petroliera Agip Abruzzo. All'inizio non c'è nemmeno il tempo di capire davvero cosa sia successo. C'è il metallo contro il metallo, il boato e il greggio che si riversa in mare sulla nave passeggeri. Il fuoco trova subito qualcosa da divorare e si allarga ovunque può. Da fuori, quella notte, il primo disastro che tutti vedono è la petroliera. L'agipa bruzzo brucia.
45:50
È enorme, è visibile, è il punto che attira lo sguardo, le comunicazioni e l'attenzione dei soccorsi. Nelle prime comunicazioni sul canale di emergenza, la petroliera spiega l'incidente come uno scontro con una bettolina, una piccola imbarcazione di servizio. E qui i problemi sono due. Come hanno fatto a confondere una piccola nave da rimorchio portuale di qualche metro con un traghetto grande 20 volte tanto? Ma soprattutto, se i soccorsi vengono allertati che l'incidente ha coinvolto una petroliera che rischia di esplodere e una nave con a bordo al massimo 4 o 5 persone, secondo voi, chi andranno a soccorrere per prima?
46:27
E il risultato è proprio questo. Nessuno si accorge del Moby Prince, che sta bruciando andando alla deriva, fuori controllo. Nessuno lo cerca, nessuno prova a salvarlo, nessuno sa nemmeno che esiste.
46:37
Quando la petroliera e tutto il suo equipaggio sono al sicuro dalla capitaneria, la moto vedetta CP232 si dirige nella rada per cercare l'altra nave, quella che finora è stata lasciata al suo destino. Si accendono i fari, si guarda l'acqua, si cercano superstiti in mare, si cerca una bettolina. Poi, verso le 23.40, all'orizzonte compare qualcosa, non una bettolina, ma una palla di fuoco, una sagoma enorme completamente in fiamme. Ma quando quella verità entra davvero nella notte, il tempo utile è già finito. Ad esclusione di un solo uomo a bordo, tutti gli altri non ce l'hanno fatta.
47:12
140 morti.
47:14
Da qui inizia davvero il dopo del Moby Prince. Un dopo che durerà anni, decenni. Perché una nave può smettere di bruciare in una notte, ma una domanda, quando nasce così, può continuare a bruciare per tutta la vita.
47:28
Nei disastri la prima versione della storia pesa tantissimo, perché arriva quando tutti sono ancora sconvolti, quando le autorità devono dare una spiegazione, quando il paese vuole capire in fretta e proprio per questo può diventare una gabbia. Nel caso del Moby Prince quella gabbia ha un colore preciso, bianco, il colore della nebbia. La prima narrazione dice che la nebbia avrebbe nascosto la petroliera, avrebbe tratto in inganno il comandante Kessa e trasformato una navigazione ordinaria in una tragedia. poi quella narrazione si concentra su di lui sulle sue scelte fatte in plancia sull'idea che uno dei comandanti più stimati della flotta mediterranea abbia sottovalutato il pericolo Ma Lugo Chessa che racconta questa storia non è l'uomo che ricordano i colleghi e i familiari.
48:11
E soprattutto Chessa non può rispondere perché è morto sulla nave. Dare la colpa a un morto sicuramente può far comodo, ma bisogna capire a chi. Da quel momento difendere Chessa significa difendere qualcosa di più del nome di un comandante. Significa difendere il diritto delle vittime a una storia che non venga costruita sopra una scorciatoia. Suo figlio Angelo lo capisce, come anche Loris Rispoli, assieme al comitato creato dalle famiglie delle vittime. Se quella versione resta l'unica, anche la memoria dei loro morti resta intrappolata lì, dentro una nebbia comoda, dentro un errore umano comodo, una spiegazione troppo rapida per una notte così piena di domande.
48:49
E mentre la prima narrazione si sedimenta, arriva una prima crepa, un video.
48:55
La famiglia D'Alesio, proprietaria delle bettoline del porto, quella sera ha visto i bagliori nella rada. Accendendo la radio hanno sentito parlare di una bettolina coinvolta e per puro e semplice spirito di conservazione hanno pensato che fosse una delle loro. Così hanno preso una videocamera amatoriale e hanno iniziato a filmare. Questo per avere la documentazione da usare con l'assicurazione.
49:16
Senza saperlo hanno consegnato alla storia una delle immagini più importanti di quella notte. Nel video si vedono i bagliori, si vede l'incendio, si vede il fumo e si vede tutto. Si vede abbastanza chiaramente da rendere molto difficile sostenere l'immagine di una rada completamente inghiottita da una nebbia impenetrabile.
49:34
E allora la domanda diventa inevitabile. Perché quella nebbia per oltre 15 anni è diventata la versione ufficiale pur essendo priva di ogni fondamento? E poi c'è la Gip Abruzzo.
49:46
Anche la petroliera, se la guardiamo da vicino, porta dentro quella notte alcune domande pesanti. Nei giorni precedenti alla tragedia è arrivata a Livorno da Sidi Khedir, in Egitto, e prima ancora era partita da Genova. Sono tratte lunghe, rotte che normalmente una petroliera affronta senza correre più del necessario, perché ogni nodo in più significa consumi e costi da sostenere. Invece, in quei giorni, la Jeep Abruzzo ha viaggiato a un ritmo anomalo. Genova-Sidichedir in cinque giorni e Sidichedir-Livorno in quattro giorni e mezzo. Tempi rapidissimi, molto più rapidi rispetto alla media abituale di quella nave su quella tratta.
50:21
E allora la domanda è, perché arrivare a Livorno così in fretta se lo scarico del greggio alla raffineria Eni era previsto solo per l'11 aprile? Perché forzare i tempi? Perché consumare di più? Perché quella corsa?
50:35
Dopo una tragedia, domande così dovrebbero entrare nelle indagini e invece in questa storia sono rimaste fuori. C'è un dettaglio che nessuno è mai stato in grado di spiegare appieno. Nella tank numero 6 della petroliera, accanto alla cisterna colpita dal Moby Prince, sono stati rinvenuti un portellino aperto e una manichetta bruciata, come se ci fossero operazioni di qualche genere in corso mentre avveniva la collisione. Ma siccome questi dettagli sono venuti fuori solo anni dopo, grazie a delle fotografie, nessuno è più in grado di seguire quella pista, anche perché la Jeep Abruzzo è già stata demolita.
51:07
Se aggiungiamo il fatto che grazie a delle foto satellitari è stato accertato che la petroliera della Snam fosse ancorata in un punto vietato all'ormeggio e ci aggiungiamo le stranezze del viaggio, possiamo iniziare a battere una pista totalmente diversa dalla narrazione originale. A questo punto l'idea che qualcosa di losco, legato al traffico clandestino di greggio o di armi, inizia ad insinuarsi. Del resto lo abbiamo già detto, quella sera la rada era trafficata. Ma allora bisogna capire chi fossero le altre imbarcazioni coinvolte. E per farlo è necessario fare ciò che per più di vent'anni nessun giudice ha fatto, cioè analizzare le registrazioni audio del canale dei soccorsi di quella notte.
51:47
Fra le tante ce n'è una in particolare che attira l'attenzione.
51:52
Grazie a tutti. Grazie a tutti.
52:12
Questo audio è sempre rimasto lì, disponibile, nei faldoni, ma pare che nessuno si sia mai accorto della sua presenza. Quindi sappiamo che qualcuno si è accorto della nave passeggeri subito dopo l'impatto, ma non sappiamo chi sono Teresa e chi è ShipOne.
52:27
Una prima risposta a queste domande ce la dà la seconda commissione d'inchiesta che solo nel 2021 riesce ad identificare la voce della registrazione con quella del comandante greco Theodosio, il capitano della Gallant 2, una nave cargo militarizzata statunitense. Teresa dunque sarebbe la Gallant 2, una nave impiegata nel trasporto di armi verso la vicina Camp Derby dopo la fine della Guerra del Golfo. Ma adesso resta ancora il dubbio, con chi stava parlando la Gallant? Chi è Ship One?
52:57
Per rispondere a questa domanda bisogna uscire da Livorno e andare in Somalia. Bisogna entrare nella vicenda di Ilaria Alpi, giornalista del TG3, che negli anni 90 indaga sui traffici di armi e rifiuti tossici e sui rapporti opachi tra Italia e Corno d'Africa.
53:14
A Bosaso, nel marzo del 1994, Ilaria intervista un sultano locale. L'intervista dura quasi due ore, ma del suo contenuto conosciamo solo pochi minuti, perché quando Ilaria Alpi e il suo operatore rientrano a Mogadiscio, vengono entrambi uccisi in un attentato e la cassetta con le informazioni viene manomessa.
53:31
Che cosa c'entra tutto questo con il Moby Prince? C'entra perché dentro il racconto parziale fatto all'Alpi, dal sultano di Bosaso, emergono chiari riferimenti e traffici illeciti di greggio e armi. Ma soprattutto si parla di una società, la Schifko Malit, un'azienda che ha in dotazione una flotta di pescherecci che sono stati donati dallo Stato italiano alla Somalia. Fra queste navi ce n'è una, che si chiama 21 October II. E indovinate quale nome compare nell'elenco delle imbarcazioni presenti nella rada di Livorno la sera del 10 aprile 1991.
54:01
Esatto, proprio la 21 October.
54:05
Una piccola imbarcazione, delle dimensioni proprio di una bettolina, che è presente sul luogo del disastro pur rimanendo nascosta per anni, di proprietà di un'azienda immischiata in loschi traffici di greggio e armi, proprio accanto a una petroliera e una nave cargo americana di ritorno dalla guerra del golf. Secondo una delle ipotesi, suggerite dai familiari e poi tornata nel lavoro delle commissioni d'inchiesta, sarebbe stata proprio questa piccola imbarcazione, presente in Rada, a interferire con la rotta del Moby Prince, costringendola a una manovra improvvisa, e quindi a spingerla verso la collisione con la Gip Abruzzo.
54:37
La parola fine non è ancora arrivata. Proprio in questi giorni sono in corso nuove audizioni della terza commissione parlamentare di inchiesta sul Moby Prince. Sono passati più di 30 anni. Eppure il dopo di questa tragedia continua ancora dentro le istituzioni. La figura di Kess è stata riabilitata. Adesso però la domanda è un'altra. Che cosa c'era davvero nella rada? Quali navi erano presenti? E chi eventualmente può aver costretto il Moby Prince a cambiare rotta fino a finire contro l'Agip Abruzzo?
55:06
Il dopo del Moby Prince non ha mai ottenuto davvero il permesso di diventare passato. Cermis e Moby Prince sembrano storie lontanissime. Una valle di montagna, una rada portuale, un aereo militare, un traghetto passeggeri, una cabina che cade, una nave che brucia. Ma nel dopo ci portano nello stesso punto. Ci mostrano che una tragedia non finisce quando il corpo delle vittime viene recuperato. Continua quando bisogna stabilire chi ne risponde. E allora eccoci giunti alla fine del nostro viaggio. Siamo partiti dal prima, dove i segnali esistevano già, ma ascoltarli aveva un costo.
55:38
Siamo entrati nel durante, dove il destino e il tempo hanno diviso le persone nel punto più fragile. E siamo arrivati al dopo, dove una tragedia continua nelle aule, nelle carte, nelle commissioni e nelle famiglie che chiedono ancora una risposta. E allora forse il punto è proprio questo. Ogni atto di questo viaggio ci ha mostrato un tempo diverso della stessa domanda. prima che accada, mentre accade e dopo che è accaduto. Ed è qui che entra il racconto. Raccontare i disastri significa restituire peso a ciò che rischia di diventare soltanto una cifra.
56:09
Significa prendere un nome e riportarlo dentro la vita che conteneva. Vaillant, Eternit, Rigopiano, Vermicino, Cermis, Moby Prince. Ognuno di questi nomi porta con sé un'immagine, ma dietro ogni immagine ci sono persone e dietro ogni persona c'è una domanda. Chi doveva vedere? Chi doveva proteggere? Chi doveva soccorrere? Chi doveva giudicare?
56:30
Il podcast può fare una cosa semplice e preziosa, tenere accesa una luce.
56:35
Dire questa storia è esistita, queste persone sono esistite, questo dolore ha avuto un luogo, un'ora, un nome, questa memoria merita ancora spazio. E forse è questo che resta, il modo in cui scegliamo di guardare ciò che è accaduto, la differenza fra commemorare e capire, fra commuoversi e cambiare, tra ascoltare una storia e lasciarla scivolare via.
56:57
Una società si misura anche da come piange i suoi morti, ma soprattutto da cosa fa dopo averli pianti, da quanto impara, da quanto ricorda, anche quando ricordare costa fatica. E allora, alla fine, quello che resta siamo noi. Noi che ascoltiamo, noi che raccontiamo, noi che decidiamo se una tragedia debba restare una parentesi chiusa o diventare memoria viva. Perché ogni disastro lascia una domanda. E ogni volta che scegliamo di raccontarlo con cura, quella domanda torna a respirare. La memoria, quando è solo commozione, dura un giorno. Quando diventa responsabilità può cambiare il futuro.
57:29
E da ogni disastro possiamo imparare qualcosa. Possiamo fare in modo che quello che è successo non sia stato vano. E allora, alla fine, quello che resta di queste storie siamo noi. E soprattutto, quello che decidiamo di fare. Grazie. Avete ascoltato l'episodio del primo live di Disastri.
57:53
Disastri, si prende una pausa per il periodo estivo. Potete recuperare tutte le puntate precedenti sulle principali piattaforme di podcasting e rimanere aggiornati sulle prossime uscite, a partire dal mese di settembre 2026, sui canali social del podcast. A presto!
58:09
Quando un caso sembra chiuso, è lì che inizia a ossessionarti davvero. Io sono Giada e in Giada Crime racconto storie di cronaca nera, seguendo ogni dettaglio finché tutto prende forma. Cerca Giada Crime ora.